Intervista a Luca Bartoli, copywriter freelance e nomade digitale

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Un’associazione di creativi lo ha recentemente presentato come “nomade digitale, copywriter, sex symbol, azionista Omnicom e WPP”. Mi ha incuriosito e mi è venuta voglia di conoscerlo meglio, anche se un po’ mi pareva già di conoscerlo.

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Quando mi è apparsa questa presentazione – che un po’ mi ha ricordato il “genio, miliardario, playboy, filantropo” di Tony Stark in Avengers – ha decisamente colpito la mia attenzione.

Poi, continuando a leggere, ho scoperto che Luca Bartoli è “probabilmente, l’unico copywriter in Italia a essere diventato ricco con la pubblicità, senza essere mai stato direttore creativo e/o aver fondato una sua agenzia”, allora ho scelto di fare due chiacchiere con lui, che al momento dell’intervista vive a Bali.

Ne sono uscite quattro chiacchiere, o qualcosa di più, davvero stimolanti e un po’ destabilizzanti su copywriting, vendita, marketing, scelte di vita, nomadismo digitale e molto altro.

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L’intervista a Luca Bartoli, copywriter freelance

Cos’è il copywriting e a cosa serve

Se la matematica non mi inganna (il che è assolutamente probabile) da circa 17 anni fai il lavoro del copywriter. Non è che hai capito di cosa si tratta veramente? No, perché se chiedi a 10 copywriter la definizione esatta di questo mestiere, ottieni 10 versioni diverse.

Eh, sì. Per quanto non mi ci senta, sono un “vecchio copywriter”. Poi, in generale, i copywriter (soprattutto quelli vecchi) sono piuttosto suscettibili (oltre che primedonne e tendenzialmente egomaniaci) e hanno diffuso l’espressione “senior copywriter”. Peccato che significhi esattamente la stessa cosa: vecchio.

Non ci credi? Cerca “senior couple” su una banca immagini e dimmi se non ti escono coppie di arzilli vecchietti. Hai provato? Hai visto che ho ragione, uomo di poca fede.

Il fatto che chiedendo a 10 copywriter si ottengano 10 definizioni differenti del loro mestiere mi pare abbastanza fisiologico. Noi copywriter siamo gli ingranaggi finali del sistema capitalistico, i cantori del consumismo e il nostro ruolo (nel sistema) è stimolare bisogni non necessari. Ma, al tempo stesso, ci percepiamo come artisti: qualcuno più un prolifico romanziere e qualcuno più un poeta maledetto. Quindi, ognuno riflette come si vuole vedere in quello che fa, in una sorta di dissonanza cognitivo-lavorativa.

Per me “il copywriting è il mestiere di vendere attraverso le parole”. Parole che possono essere scritte su un annuncio stampa o in un’affissione, comparire in super durante uno spot o essere lette dalla suadente voce di uno speaker, parole che ti possono raggiungere quando meno te l’aspetti attraverso un’ads sul tuo social preferito o che sei andato tu a cercarti, sul sito dell’azienda di cui stai valutando l’acquisto di un prodotto o servizio. Parole, parole, parole che non nascondono la loro finalità, semmai, la esplicitano e la esaltano. Parole per vendere. Vendere un prodotto o un servizio e, persino, venderti un’idea.

Perché si diventa copywriter o almeno perché lo è diventato Luca

Sempre se il mio calcolo è corretto, hai iniziato a lavorare nel marketing e nella comunicazione nel 2005. Ti va di raccontarci cosa ti ha spinto a scegliere questa strada?

Sono un figlio degli anni 80. Sono proprio nato nel 1980. Quindi, non li ho vissuti direttamente. Li ho visti dalla finestra. E la finestra in quegli anni si chiamava televisione. E la mia televisione – da Bim Bum Bam a Drive In – era costituita dalle reti Fininvest (poi diventate Mediaset): un mondo scintillante di edonismo, spensieratezza e benessere, tendenzialmente milanocentrico. E parliamo della così detta “Milano da bere”.
Riesci a immaginare quale effetto abbia avuto su un bambino coltivato con quella che definiremmo “Figa e fatturato way of life” vedere sullo schermo Jerry Calà in “Yuppies – i giovani di successo”?

Se per ragioni anagrafiche o culturali (o per snobismo intellettuale) ti sei perso questo capolavoro della commedia italiana, te lo racconto. Jerry Calà – nel film Giacomo Randelli – è un giovane pubblicitario, per l’esattezza un copywriter, alle prese con un brief molto importante: il lancio della calza Velatissimo. Si parte con le solite battute da cazzone in riunione e la primissima proposta “Velatissimo. Il collant arrapantissimo” neppure presa in considerazione. Durante la pellicola, si passa dall’improbabile “Velatissimo. Il collant che è uno schiant” per arrivare, dopo mille peripezie, al definitivo “Velatissimo. E vai fuori di gamba”, partorito accanto al mitico Dogui e ispirato da una Federica Moro in déshabillé. Slogan che vale al nostro eroe metropolitano una bella promozione.

Crescendo decisi che, se quel mestiere esisteva davvero, l’avrei fatto e l’avrei fatto in quella città. A Milano. Metropoli, fino a quel momento vista solo in tv, in cui mi sono trasferito proprio nel 2005 con la mia valigia di cartone, una laurea in Scienze delle merendine e il cuore pieno di speranza.

Sì, lo so. Stai ancora pensando all’improbabile storia di Jerry Calà copywriter, al collant Velatissimo e agli strampalati slogan trovati. E, forse, non ci credi più di tanto. Ora guarda questo video e dimmi se non ti ho descritto esattamente come stanno le cose.

Hai visto? Devi iniziare a fidarti di più di quel che ti dico.

Quanto è importante la riconoscibilità per un copywriter

Hai fatto del tuo tono di voce personale un vero e proprio simbolo di riconoscibilità. Si potrebbe riassumere con FFG: Figa, Fatturato e Giambellino. Dì la verità, nella vita privata sei un orsetto coccoloso e quando non trattieni il fiato la tartaruga si ribalta? Quanto è importante la riconoscibilità nel tuo settore?

Dal 2005 al 2017 ho lavorato nelle agenzie. In 12 anni ne ho girate un po’, non tantissime. Sono partito dalle piccole nazionali per arrivare alle grandi multinazionali. Fin dall’inzio, ho notato una cosa: chi mi stava “sopra” (chi mi stava insegnando il mestiere e offrendo un modello da imitare e a cui aspirare) mi sembrava più preoccupato che la campagna fosse riconoscibile come “sua” dei risultati della campagna stessa.

Mi sembrava una cosa figa, ma poco sostenibile. Nella mia arroganza da stagista/junior quello che scrivevo doveva essere evidentemente mio e doveva vendere di più, proprio perché era evidentemente mio. Ricordi i copywriter tendenzialmente egomaniaci di cui sopra? Eccomi. Naturalmente, si trattava di un delirio che ignorava variabili fondamentali come investimento media, GRP, target, propensione all’acquisto, tasso di ricambio del prodotto, fedeltà di marca ecc.

Il risultato è stato uno stile pubblicitario, di cui personalmente andavo molto orgoglione, che definirei “hardselling col sorriso, senza lesinare giochi di parole che il sorriso lo strappano sempre”. In due parole “anni 80”, per tornare all’imprinting calàiano. Ricordo di aver ricevuto anche brief molto stimolanti perché serviva “una bartolata” (sicuramente non ne ho ricevuti altri, perché il DC non voleva una cosa “alla Luca” su quel progetto o cliente, ma c’est la vie). A un certo punto, devo aver sbragato e sono diventato peggiore dei miei stessi direttori creativi in termini di riconoscibilità, ego e orgoglio. Non ti saprei dire quando, sono certo che è accaduto. E sì, non ha aiutato la mia carriera.

Negli ultimi anni, da quando sono uscito dalle agenzie e mi dedico soprattutto al web copywriting, ho sviluppato un altro stile. Perché sono fermamente convinto che sia il medium a richiederlo. E, se per la pubblicità il miglior modo (secondo me) di colpire l’attenzione, restare impressi e vendere è strappare un sorriso, sulle pagine di un sito l’obiettivo deve essere un altro.

Quando scrivi per il web, devi essere focalizzato sulla fruizione e devi appagare e ripagare il visitatore del suo tempo e della sua attenzione affinché continui a leggerti o, ancora meglio, faccia quello che gli chiedi nella call to action. Come? Facendolo sentire coinvolto, facendogli sentire che stai parlando proprio a lui, che hai chiari i suoi bisogni e i suoi desideri e che può appagare i primi e realizzare i secondi, proprio grazie a ciò che gli stai offrendo. E, naturalmente, solo tu e nessun altro lo può fare e se anche qualcun altro lo sapesse o lo potesse fare, tu lo puoi fare meglio.

E, per arrivare a questo, non serve fare battute, anzi. Serve entrare in profonda connessione con chi ti legge, consapevole che probabilmente ti sta leggendo sullo smartphone distratto da cento altre cose che stanno accadendo. Per dirla con uno slogan “meno simpatia, molta più chiarezza e, soprattutto, tanta empatia”.

Rispetto al Giambellino, è un quartiere in cui ho investito molto, anche emotivamente, e la cui gentrificazione mi riempie il cuore. Nel 2008, quando mi ci sono trasferito, le persone mi dicevano “Ma non hai paura a vivere lì?”. Oggi, quando racconto che ci vivo, mi chiedono “Ma non hai una casa da affittarmi?” Non male come ribaltamento.

Qual è l’aspetto più importante di un copywriting efficace

Immagina di essere dentro una sorta di Squid Game del copywriting. Hai a disposizione una sola mossa per raggiungere l’obiettivo finale: trasformare il lead in cliente. Su cosa fai all-in?

Punto tutto sull’unicità. È proprio quel “solo tu e nessun altro” cui accennavo prima.

Mi spiego meglio. Viviamo nella società dell’eccesso: eccesso di possibilità, eccesso di messaggi, eccesso di prodotti che si assomigliano e di servizi che fanno la stessa cosa. E tutti ci dicono “comprami, comprami” con pubblicità sempre più performanti, targhettizzate, pianificate per stimolare i nostri punti deboli che sono stati tracciati incrociando migliaia di dati che noi stessi abbiamo lasciato.
E quindi? E, quindi, niente. Ne compriamo uno alla volta, più o meno come abbiamo sempre fatto. Il che è paradossale, se ci pensi.

Come lo scegliamo? Alla fine, ne scegliamo uno perché ha quella “cosa” che per noi conta di più. Ora, se mentre siamo esposti a un eccesso di messaggi e abbiamo di fronte un eccesso di possibilità, qualcuno ci suggerisce all’orecchio con le parole giuste che quella “cosa” ce l’ha solo (o di più) il prodotto XYZ, cavolo noi XYZ lo compriamo, senza manco guardare il prezzo. A meno che la “cosa” che ci interessi sia proprio il prezzo.

Questo è il compito del copywriting e prima ancora del brand positioning. Naturalmente, la “cosa” deve essere un attributo rilevante per il pubblico, su cui i concorrenti non hanno ancora puntato. E, no: non può essere la qualità, tutti se la rivendicano, mentre il pubblico la dà per scontata. Se riesci a fare questo, lavorando su brand positioning, copywriting e tutto il resto, sono i tuoi lead a voler diventare tuoi clienti. Senza che tu debba scaldarli per mesi con email di nurturing che fanno guadagnare più l’agenzia che ti ha venduto la funnel strategy che tu che ti sei rivolto a lei.

Perché il SEO copywriting non può essere più una scusa

Parliamo di SEO copywriting: scrivere per l’essere umano e scrivere per i robot dei motori di ricerca sono due attività che sottostanno a regole differenti. Google – tanto per non fare nomi – lavora da anni affinché i suoi algoritmi leggano un testo come se avessero gli occhi e la mente di un umano ma sono ancora parecchio lontani dal traguardo desiderato. Come si comporta oggi un SEO copywriter? Dà retta all’algoritmo o asseconda il piacere del lettore in carne e ossa?

Secondo me, ormai, le due cose non si escludono a vicenda. Anzi.

Se Google lavora da anni affinché i suoi algoritmi leggano un testo come se avessero gli occhi e la mente di un umano… significa che prima o poi ci arriverà. Come per la guida autonoma.

Allora, perché continuare a scrivere testi di merda con la scusa del SEO copywriting? E metti caso che quei testi, scritti di merda per gli spider, Google li indicizzi (che poi è uno dei tuoi obiettivi, se fai SEO) e un utente-potenziale-cliente ci arrivi sopra e li legga. Davvero vuoi che il tuo prodotto/servizio, il tuo marchio, il tuo reparto marketing, la tua azienda tutta sembri – ai suoi occhi – roba da analfabeti? Analfabeti, nella migliore delle ipotesi.

E poi un testo

  • con titoli frequenti
  • diviso in paragrafi
  • con parole chiave in grassetto
  • con elenchi puntati o numerati
  • chiaro fin da subito sull’argomento trattato
  • con una description altrettanto chiara
  • ecc

piace sia ai motori sia a te che stai leggendo in questo momento. Se no, non staresti leggendo in questo momento.

Freelancing, quite quitting e work life balance

Ora mi faccio un po’ di ca**i tuoi 😊
Il tuo Quiet Quitting lo hai vissuto circa 4 anni fa iniziando la carriera da freelance. Precursore casuale o lungimirante pianificatore?

Aspetta, facciamo chiarezza.

La mia “carriera da freelance” – se così la vogliamo chiamare – inizia fra la fine del 2017 e l’inizio del 2018 non proprio per mia scelta. Sono stato licenziato dall’agenzia in cui lavoravo. Probabilmente, se non fosse accaduto sarei ancora chiuso lì a sognare la vita che ho fatto nei primi 3 anni da copywriter freelance: lavorando per clienti miei, con i miei ritmi e orari, rispondendo solo a me stesso. Il mio unico merito lì è stato non cercare di rientrare dalla finestra (dopo essere uscito dalla porta) e aver puntato ad acquisire clienti diretti, evitando dove possibile di collaborare con le agenzie. Salvo rare eccezioni.

Quiet quitting, però, non pervenuto. Perché quando sei ambizioso e rispondi solo a te stesso, non ti risparmi. Poi è arrivato il Covid, io ero già in smartworking da anni, bello rodato e per mesi ho potuto solo lavorare e fatturare. Figo lì per lì, molto meno l’anno successivo con tasse e contributi. Evidentemente, c’è un limite oltre cui non ha senso fatturare, se sei libero professionista. Tant’è che, con 2 anni di ritardo, sono passato da libero professionista a ditta individuale, così da prendere mazzate un po’ meno forti, almeno a livello contributivo. Se il Quiet quitting non è ancora pervenuto, un maggiore e migliore work life balance – come lo chiamano quelli che hanno studiato – è arrivato con il passaggio da freelance da casa a nomade digitale.

Nomade digitale: figura mitologica o scelta di vita

Cape Town, Johannesburg, Namibia, California, Utah, Nevada, Marocco e ora Bali in Indonesia. Non è il nuovo singolo di Baby K e Giusy Ferreri ma i posti in cui ho saputo che sei stato e in cui hai lavorato negli ultimi mesi. A proposito, una domanda piuttosto seria: qual è l’esperienza da nomade digitale che ricordi con più emozione?

Allora, tutto è iniziato a gennaio di quest’anno e, sinceramente, l’idea stessa di poter lavorare e abitare in varie parti del mondo, ancora mi emoziona. Ecco, se fare il freelance era il mio sogno quando ero chiuso in agenzia, fare il nomade digitale è stato il mio sogno quando ho iniziato a fare il freelance.

Tra le mete, sicuramente, la più ricca di emozioni è stata Cape Town.  È stata casa per 3 mesi. E, complice la scuola d’inglese che ho frequentato per 2 mesi, è quella in cui ho fatto più amicizie, più uscite, più chiacchierate. Pensa che con quello che oggi definisco uno dei miei più grandi amici in Italia, ci siamo incontrati per la prima volta lì.

E poi è dove ho imparato a surfare. Tra l’altro, città stupenda, piena di persone sorridenti e di cose da fare, qualunque cosa ti piaccia fare. Incredibilmente, pochissimi italiani la visitano e la vivono, relegandola al massimo a meta da viaggio di nozze. Oppure la considerano pericolosa, confondendola però con Johannesburg. Fidati, non è affatto così: 3 mesi a cape Town mai un problema, neppure girando di notte. 3 ore a Johannesburg e sono stato rapinato! A mezzogiorno, vicino a un mercato in centro e con modalità tutt’altro che gentili.

Si può ancora diventare ricchi con la pubblicità

Rispetto alla definizione “probabilmente, l’unico copywriter a essere diventato ricco con la pubblicità, senza essere mai stato direttore creativo e/o aver fondato una sua agenzia” qual è il tuo commento?

Confermo di non essere mai stato direttore creativo né di aver mai fondato una mia agenzia.

Ho capito! Ma “probabilmente, l’unico copywriter a essere diventato ricco con la pubblicità”?!

Boh, io personalmente non ne conosco altri che lo siano diventati, senza aver fatto i direttori creativi e/o aver fondato una loro agenzia. E in questi anni quello che ho guadagnato (e investito) è venuto tutto dal mio lavoro, quindi, dalla pubblicità. Non ho ricevuto né super eredità, né ho vinto la lotteria. Almeno non in senso classico.

Rispetto al “ricco” dobbiamo intenderci su cosa intendiamo. Per me, non è questione di zeri sul conto in banca ma di vincoli o libertà, dovere o potere. Per me ricco è “chi non deve lavorare per vivere” e oggi il mio tenore di vita, incluse le mie lunghe permanenze all’estero, sono ampiamente coperti da una serie di investimenti fatti. Poi adoro il mio lavoro, mi piace fare il copywriter e continuo a farlo.

Qui la cosa si fa interessante: investimenti? Criptovalute? NTF? Opzioni? Trading?

Niente di tutto questo. Onestamente, non ho mai creduto a Bitcoin e i suoi fratelli. Probabilmente, perché non li ho mai capiti fino in fondo e non ho mai capito cosa c’è in fondo, intendo proprio alla base, il così detto “sottostante”. Così nell’era d’oro delle criptovalute, mentre c’era chi raccontava che si poteva diventare milionario in pochi giorni, io per anni ho investito (e continuo a farlo) i miei proventi in immobili, a partire proprio dal Giambellino di cui sopra. Nel caro e vecchio mattone, insomma. Come facevano i nostri nonni. Per dirla con un altro slogan facile facile “A voi i bitcoin, a me il brick coin”.

Tra l’altro “The wolf of Giambellino” nasce proprio da questo. Scherzando, mi ci chiamò una volta una collega e me ne innamorai. Del naming, non della collega. Da allora l’ho usato per il mio account Instagram e per una piccola società di investimenti immobiliari negli USA.
Non ci credi? Cercala: si chiama The Wolf of Giambellino LLC e ha sede ad Altamonte Springs in Florida.

Come vive chi lavora sempre in smartworking

C’è da dire che tu queste cose non le nascondi proprio. Siamo amici sui social da qualche mese e ti ho visto vivere in 4 diversi continenti, surfare in 3, partecipare al Coachella Festival, affittare casa a Milano per poi prendere una villa con piscina a Bali… Dì la verità lo fai per farci rosicare oppure c’è un’altra ragione per cui non ti nascondi sui social?

In realtà, ho un tenore di vita piuttosto basso – il che direi che è fondamentale, se vuoi risparmiare e investire – e, tra chi mi conosce, non sono in pochi a prendermi in giro per il mio essere “parsimonioso”. A me sembra la diretta conseguenza dell’essere consapevole che – nella società consumistica – la maggior parte dei nostri bisogni non sono necessari e, anzi, sono indotti. Ricordi? Te ne ho accennato all’inizio. E poi se hai letto 26.900 lire (oggi 13,89 euro) di Frédéric Beigbeder, forse, ricordi nell’incipit di Octave il suo “la gente felice non consuma”. E io nella vita ho scelto di essere felice. Comunque, calcola che una villa con piscina con due stanze da letto qui a Ubud costa poco più di un monolocale a Milano e meno di un bilocale.

Rispetto alla casa che ho recentemente affittato attraverso i social, è quella in cui vivo quando sono a Milano. E, mi pareva poco smart lasciarla vuota per i 6 mesi in cui sono via. Oltre che poco smart, mi pareva proprio poco etico, direi immorale, vista la fame di case che c’è a Milano. Le altre sono tutte regolarmente affittate, ci pago le tasse, perché le dovrei nascondere?

Rispetto ai viaggi, volo in economy, prenotando con largo anticipo. In ogni posto, resto almeno 28 giorni così da accedere alla tariffa mensile di Airbnb che offre grandissimi sconti e un prezzo che è leggermente superiore a quello di un affitto long term e include utenze, pulizie settimanali ecc. E, solitamente, scelgo mete con un costo della vita decisamente più basso di Milano: Sudafrica, Marocco, Puglia, Indonesia, Thailandia… No, gli Stati Uniti no, ma è stata l’unica eccezione.

Per il resto, alla cena nel locale pettinato preferisco lo street food, faccio pochissimo shopping perché le cose o mi stanno in valigia o finiscono in magazzino, mi alleno a corpo libero e/o in palestre outdoor. Quindi “Smartworking, smartspending, smartliving” per usare un altro slogan. E, di tutta questa smartitudine non capisco perché mi dovrei vergognare? Poi, se a qualcuno sembra una vita da sogno e, in effetti per 3 anni è stato il mio sogno, penso sia un bel messaggio mostrare che è possibile viverla davvero.

Inoltre, secondo me, c’è anche una funzione motivazionale rispetto al nostro settore che mi spinge a non nascondermi. Mi spiego meglio: oggi, il sistema di riferimenti che avevo io quando ero stagista/junior non esiste più. Nel mondo della pubblicità non ci sono più modelli a cui tendere, un po’ perché le nuove generazioni hanno una diversa consapevolezza del work life balance e un po’perché i direttori creativi (anche quelli super-esecutivi) mi giunge, sempre più spesso, voce non facciano che lamentarsi di quanto lavorino, di quanto stressante sia il loro lavoro e di quanto il loro alto stipendio non sia abbastanza alto da bilanciare impegno e stress

Capisci che, in un contesto così, in cui la figura deputata a venderti l’idea che “semini, semini, semini e un giorno raccoglierai” ha gettato la maschera e ti mostra che al massimo seminerai con un trattore più grande (e faticoso da guidare), qualcuno deve farle sognare le nuove generazioni di copywriter, art director e creativi in generale. Qualcuno deve mostrare che esiste una Terra Promessa e che la si può raggiungere in tempi ragionevoli e con un impegno umano e sostenibile. Senza “perdere la salute per fare soldi e poi perdere i soldi per recuperare la salute”.

E, se nessuno vuole e può essere quel qualcuno, mi sacrifico io. Mi immolo all’altare dell’aspirazionalità. Lo faccio per voi, naturalmente.

Se non sbaglio con “perdere la salute per fare soldi e poi perdere i soldi per recuperare la salute” hai appena citato il Dalai Lama…

Direi di sì. Beh, non siamo mica qui a pettinare le bambole. Questo è “Facile Web Marketing: ascolta il podcast dei numeri 1 del marketing digitale.”

Ti ringrazio ma questo non è un podcast.

Una radio!? “Facile Web Marketing: sintonizzati sulla radio dei numeri 1 del marketing digitale.”

No, non è neppure una radio.

“Accendi Facile Web Marketing: la tv dei numeri 1 del marketing digitale.
E butta via il telecomando.”

Nemmeno una tv…

Allora è il Lorem Ipsum – mettici poi tu quello che ti piace – dei numeri 1 del marketing digitale. Aggiudicato!

Il cliente ideale di un copywriter freelance

Ma senti: non ti è mai capitato che un cliente ti abbandonasse perché ormai sei dall’altra parte del mondo a spassartela?

Il mio cliente tipo è la PMI italiana o il professionista avviato. In particolare, a me si rivolge chi ha compreso l’importanza del marketing, chi vuole comunicare e non ha soldi da buttare, vuole pagare per quello che riceve senza costi di struttura e vuole fare investimenti (in comunicazione) ad alto ritorno, che è un po’ quello in cui mi sono specializzato in questi anni.

Questi sono i profili che si rivolgono a un freelance, come me. E questi imprenditori e professionisti non hanno tempo da perdere in inutili riunioni, come accade invece quando sia lato cliente sia lato agenzia ci sono figure che giustificano il loro stipendio “facendo meeting”. Quindi, il mio fuso orario non costituisce un problema, perché le riunioni sono l’eccezione, non la regola. Ai miei clienti interessano solo i risultati, che nel mio caso significa “vendere di più, comunicando meglio” e che, per combinazione, è anche la mia promessa al mercato. Finché li vedono…

E poi ti dirò, a livello lavorativo, essere a casa a Milano o dall’altra parte del mondo non cambia molto. Come copywriter, sei sempre da solo, davanti al computer, per ore, a battere tasti su una tastiera. Qualche volta ti fermi, pensi e poi riprendi a batter ancora più velocemente sulla tastiera, come se dovessi recuperare il tempo fermo a pensare. Cambia quello che puoi fare prima e dopo il lavoro ed essere più stimolati e felici – fosse altro perché qui è estate – qualcuno sostiene aiuti la creatività, sicuramente aumenta la produttività.

Anzi, ti confesso, mi è capitato che qualche cliente, vedendomi che stavo realizzando il mio sogno, mi raccontasse il suo. E ora stiamo lavorando a renderlo possibile, facendolo vendere ancora di più, comunicando ancora meglio. Naturalmente.

Il nomadismo digitale come scelta a medio lungo termine

Qui sono ancora più serio: il nomadismo digitale prevede mai di pensare al futuro prossimo? La possibilità di metter su famiglia? Trovare un luogo stabile in cui fermarsi? O è come provare a cavalcare all’infinito un cavallo in un rodeo? Chi si ferma è perduto?

Come diceva qualcuno “se sei nomade, devi nomadare”.

Ora, al contrario di una larga parte del paese, io non ho recentemente votato per l’autrice di questa frase. Anzi. Però nel caso dei nomadi digitali, ritengo che abbia perfettamente ragione. Quindi, per me pensare al futuro prossimo significa pianificare dove andare l’anno prossimo da ottobre 23 ad aprile 24. Per svernare, insomma.

Circa la famiglia, viaggio con la mia ragazza che fa la psicoterapeuta online. Entrambi adoriamo sia nomadare digitalmente sia fare elenchi di Paesi in cui vivremmo per circa 3 mesi o città in cui staremmo almeno per un mese, un mese e mezzo. Direi una bella fortuna esserci incontrati.

Da copywriter ad azionista Omnicom e WPP

Alla Portfolio Night dell’Associazione Italiana Copywriter ti hanno presentato, tra le altre cose, come “azionista Omnicom e WPP”. Sono gradi militari che hai conquistato in battaglia e riconoscimenti concessi per premiare atti di eccezionale coraggio?

La questione Omnicom è una storia abbastanza divertente, con una punta di storytelling di rivincita. Ricordi che mi avevano licenziato? Per farla breve, dato che a un carissimo amico era accaduta una cosa analoga e, per lui, poi si era trasformata in una sorta di vincita alla lotteria, appena mi sono ripreso dallo shock della notizia – sì, anche se sogni da anni di diventare freelance è uno shock non indifferente quando ti dicono di tornare a casa e venire il giorno successivo a liberare la scrivania, prima che arrivino i colleghi – ho chiesto a lui il contatto dell’avvocata del lavoro che lo aveva assistito. E, dopo essermi affidato completamente a questa esimia giuslavorista, in un paio di mesi la magia si è ripetuta, jackpot!

Dopo qualche settimana dalla conclusione (legale) della questione, ho invitato tutti gli ex colleghi per un aperitivo d’addio al bar sotto l’agenzia. Qui ho annunciato che “senza rancore e, principalmente, per mantenere un legame emotivo con ognuno di voi, ho reinvestito parte della mia buona uscita in azioni Omnicom (a cui l’agenzia fa capo NdR), quindi, sia voi sia i vostri capi – compreso chi mi ha licenziato – da alcune settimane, lavorate per me!”. Un altro bel ribaltamento, non trovi? Col senno di poi, visto come è andata, a chi mi ha licenziato avrei dovuto fare una statua, piuttosto che escogitare questa complessa strategia di bullizzazione. Ma allora non sapevo.

La questione delle azioni WPP è molto meno divertente. A ogni modo, mi regala sempre un sorriso sapere che ogni mattina, una buona parte dei miei ex colleghi pubblicitari (quelli che lavorano in agenzie riconducibili alle holding Omnicom e WPP e sono tante) si sveglia e va al lavoro per me, in quanto suo “azionista”. Anche gente che, negli anni, mi ha rifiutato un colloquio.

Cosa manca alla maggior parte dei copywriter

In genere, le interviste fatte a professionisti di rilevanza terminano sempre con “vuoi dare un consiglio ai giovani che vogliono intraprendere questo mestiere?”. Sentiti libero di farlo, ma stai implicitamente ammettendo il fatto di essere un non-giovane 😜

Ammesso da subito, direi. Non vado in pensione solo perché “nomade digitale” suona più figo di “pensionato itinerante”. Quindi, ecco il mio consiglio.

Dato che il copywriting, come abbiamo visto all’inizio, “è il mestiere di vendere attraverso le parole” e che il copywriter medio – in genere – è preparato sulla scrittura, sa scrivere, gli piace scrivere, il mio consiglio è di allenarsi a vendere.

Fare o aver fatto un mestiere di vendita per me è un valore aggiunto per un copywriter. Qualsiasi lavoro di vendita, magari, in un ambiente in cui si spinge parecchio su queste. O, ancora meglio, dove ti pagano proprio in base ai risultati. Non serve essere arrivati a vendere auto, aspirapolveri o enciclopedie porta a porta o aver fatto l’agente immobiliare. Fare il commesso, la barista, il cameriere, la rappresentante, il promoter, fare le fiere, i mercati…  sono tutti i campi in cui si impara l’arte del vendere, che con la pratica della scrittura diventa copywriting.

La cosa più sorprendente, è che spesso si fanno queste cose come lavoretti per mantenersi. A me è capitato durante l’università, facendo il PR in discoteca nei weekend, e nella mia estate a Londra, come cameriere nel ristorante di una catena in cui upselling era una delle parole più ricorrenti nei briefing di inizio turno. Quello che non mi aspettavo e che ho capito anni dopo è che stavo facendo corsi accelerati di copywriting.

Secondo consiglio, a corollario del primo: se vuoi scrivere e vendere per altri e se vuoi per questo farti pagare, prima devi dimostrare di saper vendere te stesso. La cazzata del “non so vendermi, ma sono bravissimo a vendere i prodotti o i servizi degli altri. Come i calzolai che hanno le scarpe bucate, hai in mente?” è una cazzata. E i clienti fiutano subito che è una cazzata.

Ringraziamenti

Grazie davvero Luca per averci raccontato un pezzo della tua vita. ❤️

Sono sincero, non immaginavo di trovare tanta schiettezza e trasparenza nei concetti espressi e nei fatti raccontati. Sono molto contento di poter offrire ai lettori di Facile Web Marketing un’intervista a metà tra uno spaccato della società contemporanea e un lightspot non edulcorato sul mestiere del copywriter.

Per entrare in contatto con Luca è sufficiente scrivere il suo nome su Google o sui social, il resto è una questione di chimica.

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