Perché i social ci hanno reso infelici


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È più di una sensazione: i social ci hanno reso infelici e nasconderlo è sempre più difficile. Da 15 anni abbiamo a che fare con app e piattaforme virtuali che sono ormai entrate nella nostra routine.

Spacciati per essere un modo divertente di ricongiungersi a vecchi amici d’infanzia, per molte persone i social sono diventati una gabbia psicologica: il ciclo di dipendenza della dopamina.

Da quando ci svegliamo a quando andiamo a dormire, molto probabilmente la prima e l’ultima cosa che facciamo è quella di controllare i nostri social. Abbiamo ricevuto qualche notifica? Un nostro contatto ha pubblicato qualcosa di interessante?

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Il sistema dopaminergico che regola il senso di gratificazione e, in generale, i fenomeni di dipendenza del nostro cervello.

Abbiamo una chiara dipendenza da dispositivo e da piattaforma social

Un attaccamento incontrollato allo smartphone, la nostra vita si trova dentro il newsfeed di un social. Fatto di selfie, luoghi da visitare solo per farci una bella foto da mostrare agli altri (e farci belli di ciò). Morbosità nel conoscere le vite degli altri (quelle virtuali e non reali, perché comunque pensare di conoscerle davvero è utopico e dunque causa di infelicità).

Spesso ci troviamo in mezzo agli altri ma siamo effettivamente soli e infelici

Sono secondi o minuti che, inconsciamente o meno, togliamo alla nostra vita reale per investirli nell’interazione sulla piattaforma. Qualunque essa sia e qualunque sia il tipo di messaggio di cui fruiamo. Il risultato è quello di una piccolissima dose di soddisfazione a cui segue una sensazione di mancanza o privazione di qualcosa.

Insoddisfazione o infelicità, appunto.

Ciascuno di noi la vive in maniera personale (e soprattutto questa non è una seduta di psicoterapia). Ma ci sono delle situazioni che si ripetono puntualmente e che sono generate dall’uso che oggi facciamo dei social network.

Parto con quello che considero il maggior fattore di infelicità sui social network. Il moltiplicarsi di falsi modelli.

Qualcosa che si è sviluppato in conseguenza della commercializzazione degli spazi di visibilità sulle piattaforme. Sui social tutto diventa vendita, tutto può essere momento pubblicitario.

Apriamo Facebook, Instagram o TikTok e i messaggi sponsorizzati non si contano più. Siamo arrivati a fare di noi stessi uno spazio pubblicitario (personal branding o influencer marketing), in cui vendiamo consigli alla nostra cerchia di follower H24.

Cosa c’entra questo con l’infelicità?

L’altra faccia della medaglia è che vorremmo emulare determinati canoni o stili di vita ostentati ma non siamo capaci di raggiungerli (o non siamo completamente convinti di volerlo fare). Siamo frustrati da una tensione incolmabile verso l’irraggiungibile.

Il nostro scambio sociale – soprattutto dopo l’inizio della pandemia – avviene per la maggior parte all’interno delle piattaforme social. È qui che troviamo rifugio nel raccontare i nostri fatti e la nostra vita. Una bolla di comfort fuori dalla quale siamo sempre più impreparati. Il metro di giudizio per la gestione di una interazione umana reale è saltato.

Facciamo fatica a valutare espressioni facciali, parole, gesti. Quando e come esprimere un sentimento.

Scegliere di arredare la nostra bolla di comfort virtuale genera immancabilmente frustrazione. Assistiamo quotidianamente a scenari fatti di:

  • Leoni da tastiera
  • Caccia alle streghe
  • Persone che cercano sfogo su qualsiasi argomento
  • Tendenze e mode effimere da rispettare come liturgia sociale
  • Bullismo e mobbing su selvaggi gruppi WhatsApp (creati anche per motivi di lavoro)

Anche quando siamo impreparati sui contenuti, vogliamo per forza esprimere un nostro parere. Non consideriamo il fatto di non disporre delle informazioni necessarie per valutare il nostro intervento. Esponiamo la nostra visione della realtà presentandola come unica e inconfutabile.

I social hanno portato alla radicalizzazione dell’individualismo sociale

La cura del nostro “Io” esaltata all’ennesima potenza. Le nostre paure, le nostre debolezze, le nostre fragilità e le nostre esigenze vanno salvaguardate ancor prima di quelle degli altri. Costi quel che costi. Perché prima viene il mio benessere poi quello del prossimo. Escludiamo a priori l’effetto contrario del processo.

Sui social viviamo una falsa sensazione di dibattito e di apertura mentale. Uno scenario in cui si promuove l’inclusività salvo poi non riuscire ad arginare conflitti che partono proprio dal voler “includere”. Non riusciamo a metterci d’accordo in un dibattito sul razzismo.

Inginocchiarsi o non inginocchiarsi per il Black Lives Matter?
Usare, non usare o come usare lo schwa?

Queste discussioni sui social generano il peggior radicalismo sociale = infelicità.

Il dibattito è spesso scontro e attacco personale

Non è un duello per dame o cavalieri ma una dialettica mors tua vita mea. Anche solo leggere uno scambio di punti di vista genera infelicità.

Tante persone hanno smesso di commentare ed esprimere il loro pensiero (pur avendo gli strumenti intellettuali per poterlo fare) per paura di rimanere coinvolte in un linciaggio virtuale che non causerebbe altro che infelicità.

Anche se centinaia o migliaia di persone possono leggere ciò che scriviamo, partecipiamo ad una dialettica relazionale basata sul confronto 1 vs 1. Dove io non ho vinto fintanto che tu non hai perso.

Non esiste una effettiva condivisione dell’ ”esperienza dibattito”. E questo è un chiaro limite tecnico della piattaforma social.

Ciò che scrivo o pubblico in video, che lo voglia o meno, deve rispettare un tempo di lettura della persona dall’altra parte dello schermo. Una situazione che parrebbe essere anche molto democratica, ma che invece non è esattamente ciò che pensavano gli antichi greci. Usufruiamo del messaggio nella nostra solitudine individuale.

Come detto, questo è un limite tecnico perché su certi contenuti scritti non possiamo percepire il tono di voce del commento (in certi casi è anche meglio!).

Sui social è estremamente facile diffondere notizie false

È l’habitat ideale per la condivisione di informazioni prive di fondamento, clickbait e che fanno leva su errate associazioni mentali.

La tendenza quotidiana dei media contemporanei è quella di sovraesporci a dati angoscianti. Vince chi propone immagini dal forte impatto emotivo: cruente, scandalose o che stimolano una reazione inconscia, incontrollabile. Tutto per il solo premio della visibilità (che si ricollega alla commercializzazione dello spazio social).

Il controllo delle fonti non è ammissibile per la velocità con cui le notizie stesse devono essere pubblicate. Tutti possono produrre una notizia, basata sui propri canoni di verità. Siamo a tutti gli effetti un media center grazie al nostro fedele amico smartphone. Spesso creiamo notizie per distorcere la realtà o mettere in cattiva luce persone, istituzioni o organizzazioni che hanno una posizione diversa dalla nostra.

Sui social utilizziamo un linguaggio “povero”, argomenti sterili e superficiali. Per dire che siamo felici mettiamo like o commentiamo con una faccina. L’approfondimento non è interessante e i social si dimostrano essere un ambiente sociologicamente incompleto. Falsa competenza e sciatteria dettano i tempi delle tendenze.

C’è stata un’epoca in cui lo scambio sociale presupponeva arricchimento culturale. Oggi si pensa che la cultura sia dentro i social, dove in realtà, al massimo, si trovano spunti da dover approfondire in sedi appropriate fuori dal virtuale (biblioteche, musei, cinema, libri, conferenze, scuole e università, luoghi che diventano sempre più deserti).

Il rischio di esserci persi qualcosa di importante è dietro l’angolo

Se non conosci l’ultimo meme, l’ultimo slang, l’ultima notizia su Facebook, la tendenza di Instagram, il balletto su TikTok, sei “fuori dal giro”.

In certi casi questa sensazione diverge verso inadeguatezza, ghettizzazione e si preferisce l’isolamento alla socialità. Solo chi è “mentalmente robusto” sa che in realtà ha solo trascurato qualcosa che nel giro di poche settimane non esisterà più.

Questa dinamica ci fa scordare che l’importanza della vita vissuta si trova al di fuori dello schermo. Ci stiamo perdendo il bello di vivere mentre trasformiamo tutto in instagrammabile.

Abbiamo un’ossessione inspiegabile per i consigli degli influencer

Abbiamo paura di sbagliare e fallire.

Chiediamo consigli sui:

  • locali da frequentare
  • gite da fare nel weekend
  • vestiti ed elettrodomestici da acquistare

Andiamo a caccia di guide, manuali e checklist su come fare anche le cose più banali. Senza più mettere in conto la possibilità di imparare da un errore.

Il fallimento è un passaggio fondamentale per la felicità nella vita vissuta. Ma questo sembra essere diventato un tabù ancor più grande del sesso.

Forse grazie ai social sbagliamo meno.
Ma siamo più infelici.

C’è una soluzione all’infelicità causata dai social media?

Assolutamente sì!

La sfida principale è quella di saper scindere il virtuale dal reale. La favola di poterci creare una seconda realtà a nostro gusto e piacimento non deve trarci in inganno.

In secondo luogo, provare a rendere i social un luogo in cui coltivare valore e sani principi etici. Nel nostro piccolo possiamo farlo tutti. Non importa se siamo semplici utenti, aziende oppure organizzazioni.

Proviamo a considerare i social come un mezzo di dialogo e non come strumento di manipolazione del pensiero. Un luogo in cui esaltare il bello e respingere forme di scontro. Che non vuol dire trasformare le piattaforme in luoghi pieni di gattini e “buongiorno” e “buonasera”.

Prima di pubblicare un contenuto o scrivere qualcosa, chiediamoci semplicemente se, per come abbiamo pensato il post, questo può generare incomprensione o diverbi non necessari (eventualmente da affrontare in una sede più opportuna).

Nella nostra vita reale siamo già abbastanza impegnati a gestire aspetti negativi e non piacevoli. Proviamo almeno, nell’uso dei social, ad avere un atteggiamento distensivo e umanamente sostenibile.

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